La danza dei corvi imperiali

La danza dei corvi imperiali

Per arrivare in cima, ho impiegato ore, procedendo lenta per un sentiero stretto, faticoso.

Tortuoso, si inerpicava come ricamo indisciplinato, senza logica e forma, delimitato da muretti a secco, pazienti. Sembrava fatto apposta per allungare il cammino, quando in realtà lo addolciva, rendendolo meno impervio.

Sulla cima si trovava una antica e piccola chiesa, un po’ diroccata, che guardava la valle dispiegarsi in pascoli e zone boschive. Il vento soffiava così forte da produrre un canto tra le spaccature delle rocce e da lì spiccava il volo un gruppo fantasioso di giovani corvi, lucenti e neri.

Giocavano gioiosi, coprendo con il loro gracchiare profondo ogni altro suono, concertando col vento, esibendosi in voli acrobatici, portati all’estremo fino allo stallo, per poi avvitarsi verso il basso e scendere con veemenza su ogni appiglio che riuscivano a trovare. E poi via, ancora e ancora, incrociando ali, sfiorando piume, simulando scontri aerei con evitamenti improvvisi, calcolati alla perfezione. Ne rimasi conquistata. Sembravano consapevoli di avere uno spettatore, così tanto rapito da non accorgersi del tramonto incombente.

Al primo rossore di cielo si calmarono ed il loro gracchiare divenne soffocato, fino a conciliarsi con il silenzio. In fila su ciò che rimaneva del tetto della chiesa, mentre mi allontanavo, guardavano il sole inabissarsi tra le coperte di nuvole, il rosso sempre più cupo, l’azzurro sempre più blu, poi la prima stella della sera, il vento divenuto brezza leggera, il saluto frettoloso di un merlo volante raso terra, la civetta in vedetta che richiamava gli spiriti arcani della notte per tessere trame di seta.

Arrivai all’auto con una calma intensa, vivida pace che incatenava assieme sogni e disillusioni e ricordai un giorno lontano quando, nel respirare l’aria frizzante dell’aurora, appuntai sul telefono le mie emozioni, per la prima volta.

E sogno, sogno sempre, tra le righe di una pagina da colmare, come fosse lo spazio vitale più vero, dove ogni energia prende il suono di questa o quella parola, assecondando il vagabondare del pensiero.

E sfioro, solo con le parole, anime nascoste dietro i loro paraventi, anime che come me sanno che vi sono desideri che puoi toccare e desideri solo da sognare.

E cerco, ora, e cercherò ancora e ancora, quel colpo d’ala che mi porti a lambire piume affini ridotte al silenzio da incantesimi amari, come quello che annienta me, quando i pregiudizi mi negano l’innocenza di uno sguardo da contemplare.

Emanuela
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Mimose pudiche

Mimose pudiche

Ho conosciuto molte anime di mimose pudiche, anime che se tenti di toccarle nel profondo, si chiudono a riccio. Oramai le riconosco al primo istante, in quel loro vivere ai margini, in quel leggero pudore delle piume, poco prima di ritirarsi nel silenzio cocciuto di chi vorrebbe volare ma non crede di poterlo fare.

“Ci sono voli proibiti”, pensano, “ci sono voli proibiti. Se li fai poi cadi al suolo e farsi male non piace a nessuno.”

La mimosa pudica non ha vergogna, come molti sono propensi a pensare, la mimosa pudica non sa dove stare. Sogna d’essere sempre soffione fiorito, spruzzato di rosa diluito nel pallore del bianco, e non vorrebbe trasformarsi in baccello, portatore di semi d’inchiostro dipinti, per non volar via e posarsi su terre a lei ignote, portatrici di cicatrici.

Non è nemmeno egocentrica, anche se lo può sembrare, è solo lì, sospesa, a metà tra il respiro dell’aria e il rombo digestivo della terra, sembra ghiaccio apparente mente brucia dentro con la fiamma del desiderio di voler tutto quello che non ha, che non fa, che non dice.

Guarda da lontano, sognando d’esser un predatore che preda e poi la tocchi, piccola tremula anima fogliare e zac!  il sipario si chiude. E tutto chiude, non lasciando spazio all’azione creativa di vento, di Sole o di nube, di Agape, d’Eros o di Philia, di stelle, di fulmini o di Luna.

Un giorno ho visto una pudica viola nascosta tra fili d’erba lussureggiante guardare la pudica mimosa che vibrava, sola, tra altre mimose danzanti. Non ballava un valzer. Si muoveva suadente e scompigliata, ma quando s’accorse d’esser guardata, s’incupì e si nascose dietro le timide foglie vogliose.

La viola spostò un filo d’erba curioso e tese un petalo al cielo, ricevette uno sguardo sincero, un sorriso tremulo nascosto da un velo. Parlò per giorni chiamandola incessantemente, la mimosa ascoltava, talvolta rispondeva con garbo, concedeva e poi si ritirava, estraniandosi al minimo fallo.

Sfiorì in un giorno d’ottobre, senza aver donato il suo animo all’animo intristito della pudica viola, incapace di credere nelle metamorfosi del tempo e dell’amore. Inaridì pensando di non essere mai stata né carne né pesce, né ghiaccio né fuoco, né fumo né arrosto, né capo né coda, né arte né parte, né viva né morta. Mutò in baccello appeso, pronto a schiantarsi, pronto per attecchire, inconsapevolmente, altrove.

Il baccello cadde sopra le foglie della pudica viola, che l’accolsero nell’incanto dormiente dell’inverno. Lo cullarono con la promessa di rivedersi ancora nello spazio magico di un nuovo equinozio.

 

 

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La silenziosità della lavanda avvizzita

La silenziosità della lavanda avvizzita

In questo sole di fine settembre, umido di rugiada e osteggiato dal vento, il tepore è lieve, non funge da coperta.
Passo dopo passo mi avvicino al lavandeto, con la consapevolezza di non trovarvi fiore, di non trovarvi profumo, né api o bombi o farfalle colorate.

Tutto tace, compresi gli steli rinsecchiti con i semi devoluti al terreno, dono che oggi comprendo essere vano.
È una lavanda ibrida, la mia, non feconda, si propaga solo per talea.

Mi ci sento, in talune occasioni, ibrida, non feconda a seme, così m’appresto al taglio. Taglio parti di me, per donarle.

Taglio, recido, scrivo, dico, spremo fino all’ultima goccia, mi distillo, ma non attecchisco in tutti i terreni. La fertilità dei terreni, oggi, deflagra.
Doloroso il taglio, doppiamente dolorosa la non fecondità di una parola, di un abbraccio, di un sentire disatteso, di un seme involato nell’aridità di un altrui deserto, che diventa così il tuo vuoto a rendere.

Non vorrei adeguarmi a questa desolante stagione dell’assenza, vorrei almeno rumori, scrosci, fulmini e saette…odio i vuoti a rendere tanto quanto odio i rifiuti plastici abbandonati a terra, ad inficiare stanchi fili d’erba.

Odio altri rifiuti plasticati dentro convenzioni, educate gentilezze plasmate da un sentire rinchiuso in scatole nere colme di un vociare ammutolito.

C’è un’ape solitaria che sorvola a balzi la secchezza degli steli. Vola ronzando lieve, senza emettere giubilo. La contemplo. Lei è ancora lì, che cerca. Un fiore tardivo, una goccia di pura rugiada, un nettare invecchiato ma ancora commestibile.

Vola e cerca. Vola e cerca.

Mi chiedo se troverà quel pezzetto di umanità. Mi chiedo se nel silenzio che annuncia l’autunno di ogni cosa, che annuncia il repentino sfiorire, sia capace ancora di sfiorare l’essenziale.

Vorrei essere quell’ape.

Nel silenzio, quando tutto è consumato, quando persino le parole sono evaporate in un cielo che s’appresta al gelo, in quel silenzio silenzioso, sento ancora una voce.

Mi racconta del dolore altrui, delle spighe svuotate, che altri da me tengono fra le mani, dei canti mai cantati, delle occlusioni dei cuori, del cammino zoppicante di noi, uomini e donne di questo ventennio in fuga discendente, verso un abisso che ha il sapore amaro della dolenza.

La lavanda è avvizzita. Dovrò tagliarla e darle la giusta forma per affrontare l’inverno.
Soffrirà il gelo, alcune parti si seccheranno, alcune parti, invece, a primavera, torneranno a gettare foglie verdi, così chiare, rivitalizzate.

Poi la piccola spiga troverà spazio tra il fitto intreccio di ramoscelli e s’innalzerà gloriosa, donando il blu che talvolta manca al cielo.

Il mio augurio è che tra le mani, tu che stai leggendo, possa tenerne uno stelo e schiuderti, ancora e ancora, senza freni, facilitando le stagioni del cuore.

Emanuela

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La ruga

La ruga

È lì. Mica la posso togliere.
L’ho vista stamattina alla luce del sole e da maleducata, non l’ho voluta salutare.
Non l’avevo di certo invitata a stabilirsi proprio lì, spaparanzata alla destra del mio naso.

Oggi proprio non gira, non è giornata.
Mi dà fastidio il ticchettio dell’orologio, chi gli ha raccomandato di scandire il tempo?
Il tempo che passa è fastidioso, chiassoso. Fosse almeno di natura discreta, avesse la delicatezza della brezza…no, tic tac tic tac, ci tiene ad essere precisino, a farsi sentire. 
Quando poi s’inoltra nello spazio e s’impossessa di una parte solo tua, lo è ancora di più. Sapevo che lo spazio-tempo nascondeva una fregatura, altro che curvatura.

La guardo di nuovo e non se ne va. Non è un segno del cuscino, anche se ho dormito gran male.
Fosse semi-invisibile almeno. No, sarà lunga 3 cm. L’ho misurata mentalmente, lo ammetto.
La macchina del tempo del pazzo Alexander H. ha fatto il suo scalo, lasciandomi il segno del suo passaggio. S’è pure rotta e va solo nel futuro, indietro non torna più.

Cercando consolazione, ho pensato alle parole di un’amica. Lei dice che ogni singola ruga ha una storia da raccontare. Già, una storia. Mi chiedo se è una storia dell’orrore, dell’errore o d’onore, oppure di dolore, d’amore o di colore, magari racconta del calore del Sole?

Mi riguardo e la riguardo, prendo coraggio e glielo chiedo, ma lei s’imporpora! Pure una ruga timida m’è capitata! D’altronde se s’incunea in una faccia come la mia, non può che essere timida.
“Ben ti sta”, penso tra me e me, “non sarai mai la ruga di Sua Maestà. Dovrai accontentarti di campi d’erba e cieli tersi, di qualche fiore e sì…anche di vitali compromessi.”
Povera, gran male è capitata… quasi mi fa tenerezza.

Poi mi dice che è nata all’improvviso, che se si trova lì, tra il naso e la fine delle labbra, è per colpa di un cedimento del paradiso.
Il giorno dell’equinozio d’autunno, la Santa Cicogna Rugosa, che volava a velocità sostenuta nel mezzo cielo dell’età mediana, s’è scontrata con il gufo-diavolaccio del prosciutto negli occhi.
Ha mollato il malloppo di botto e nel mio naso ha trovato conforto. Insomma, dice che non è proprio un aborto, che alla fine il posto era giusto, che il tempo era propizio, che non voleva insediarsi quando già ero all’ospizio.

M’implora. M’implora di tenerla.

E io già stavo pensando di oscurarla, di plasmarla a mio piacimento con kg e kg di creme miracolose, d’oli essenziali portentosi e rimedi vari rimpolpanti…ma…ora il coraggio chi ce l’ha?
Mi guarda e sembra sorridere, spostandosi ancora più a destra. Mi racconta che porta un messaggio stagionale, un cenno d’ingiallimento e di foglie multicolori, uno spirare freddo di vento ma cieli più tersi, sole che non s’arrovella e migrazioni in lidi limpidi, in acque placide.
Sembra paradisiaco. La tengo, ho quasi deciso per il sì.

Poi mi smezza il sogno a metà, dicendomi che l’ho addestrata io. È la ruga dei mancati sorrisi.
Quasi mi rimprovera, dice che sarebbe stata più carina, se io avessi sorriso di più.
Che impertinente! Ma non son permalosa e… beh, se guardandola mi ricorderò di sorridere spesso, solo per stanarla dalla sua immobilità, avrò uno scopo in più.
Ok, ho deciso, la tengo!

Dopotutto è una ruga che ancora sussurra, potrà tenermi compagnia nelle notti insonni e le farò conoscere il mio mondo silenzioso, giorno dopo giorno.

 

 

Emanuela

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Iris

Iris

Quest’anno, in primavera, in questo piccolo borgo di campagna, i fossati erano punteggiati del giallo dei giaggioli acquatici.

Mi sembrava fossero più numerosi del solito, o forse era la prima volta che mi soffermavo a guardarli.

C’è differenza tra il vedere del giallo scorrerti nelle pupille mentre cammini e contemplarlo, quel giallo, mentre si fa largo tra il verde lussureggiante delle rive dei fossi, intrecciandosi focoso con alcuni fili taglienti di canestrello.

I giaggioli selvatici o Iris palustri sono una specie vigorosa e preziosa. Sono capaci di depurare l’acqua assorbendo i metalli pesanti e vederne così tanti mi ha rallegrato. In un mondo in cui tutto sembra essere inutile, un piccolo fiore fa la sua parte. Depura il luogo in cui mette radici.

L’iris prende il nome dalla dea Iride, considerata la messaggera tra gli dei e gli uomini. Me la immagino mentre postava l’arcobaleno nel cielo e scendeva veloce a colpi d’ala. Nella nostra tradizione popolare vedere un arcobaleno dona sempre stupore e felicità. Ci piacciono i colori e la sua forma di ponte ci racconta storie d’alleanza e di pace.

Per un contadino poi l’arcobaleno, dopo la burrasca, è un segno lieto e lo guardiamo sperando che la tempesta non torni a romperci le uova nel paniere. Lavorare in balia degli eventi atmosferici non è piacevole, ma questo si sa.

Ci sono poi quelli che l’arcobaleno lo amano davvero. Ci sognano su, ci scrivono versi, amoreggiano con i 7 colori e creano capolavori che parlano d’amore tra cielo e terra, tra anime lontane, tra estremi opposti. Si racconta che qualcuno lo usi come altalena e sogni di dondolare appeso tra cristalli di luce scomposti. E in quel breve istante profumato di cielo, tocchi con un piccolo dito un impercettibile balenante flash di felicità.

Ma ci sono anche anime che portano dentro quell’arcobaleno, indossandolo come un manto. Anime piumate d’arcobaleno…

 

M’appartengono le anime piumate d’arcobaleno

rivestite di un pudore anonimo.

M’appartengono gli spiriti celati in armature

bordati da cromatica ruggine incrostata,

ma così puri.

Li scelgo,

e m’inoltro in pupille di vitalità dilatate

capaci di contenere le maree

capaci di scavare trincee.

Talvolta, come cecchini addestrati,

colpiscono diritto

al petto, alla tempia, allo stomaco

ed è tutto un turbinio, dopo.

D’emozioni variopinte, sparate da un arco,

dardi curvi che s’incuneano nel di dentro,

fondando colonie virali nel tuo centro.

E non sai più, se sei solo tu o se rappresenti

una moltitudine multicolore che s’esprime isolata

ma raggiunge la cima, come fosse in cordata.

Emanuela

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